Trasparenza a doppio taglio

Trasparenza

Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa l’8 luglio 2014

Tra i miti assoluti dei tempi nostri ce n’è uno che continua a furoreggiare. Una chimera che mai quanto oggi mostra la sua natura di «arma a doppio taglio». Si tratta della mitologia della trasparenza, invocata come la facoltà dell’opinione pubblica di esercitare una sorta di controllo rispetto agli illeciti e alla corruzione che accompagnano il potere (e nel nostro Paese, tra Expo 2015, Mose e scandalo Carige, giusto per citare la cronaca più recente, purtroppo non c’è che l’imbarazzo della scelta). Pretesa (con sacrosante motivazioni) dal basso, o anche stabilita dall’alto, come nel caso della glasnost (giustappunto, «trasparenza»), il programma di riforme moralizzatrici di Mikhail Gorbaciov nella seconda metà degli anni Ottanta.

Ma siamo proprio sicuri che sia davvero, e fino in fondo, così? E che tale bisogno – quando non «ossessione» – di accumulare notizie non finisca col produrre effetti indesiderati (regalando, per giunta, a certi poteri nuove, e ancor più irresistibili, occasioni di sorveglianza), anziché raggiungere l’auspicato (e meritorio) obiettivo?

Un tema complicato e scivoloso, che ha molto a che fare, una volta di più, con la condizione postmoderna, ma rimanda a origini sul serio millenarie, dal momento che la scena originaria coincide con l’agorà delle città greche dove si fecero i primi esperimenti democratici della storia occidentale (al netto delle ben note limitazioni sociali del periodo, naturalmente). La democrazia della polis dell’età classica si fondava infatti sulle idee di rendicontazione, verificabilità degli atti di governo, «certezza del diritto» (come si sarebbe detto in seguito), e dunque, in definitiva, sulla nozione di trasparenza del comportamento dei reggitori della città.

Arriva adesso in libreria un volumetto (concettualmente molto denso) che scaglia un durissimo j’accusecontro quello che considera un falso ideale e una minaccia tremenda (e, ciò che è peggio, nella piena inconsapevolezza) alla sfera delle libertà individuali. In La società della trasparenza (Nottetempo, pp. 94, € 11) il teorico culturale tedesco-coreano Byung-Chul Han (eclettico professore di Filosofia alla Universität der Künste di Berlino, con un passato di studi di metallurgia – proprio così… – e teologia, ormai assurto a star della scena intellettuale) ricostruisce la genealogia culturale di quella che si è configurata alla stregua di un’autentica ideologia totalizzante (anzi, «totalitaria»). Tanto da porre una seria ipoteca sulla possibilità di tutelare effettivamente la privacy, conquista preziosissima della civiltà e della cultura politica liberali.

Nel Settecento il principio della trasparenza (rischiarata dai Lumi della ragione) si fa strada con forza, combattendo aspramente contro gli arcana imperii e quella «società dell’intimità» che caratterizzava le corti dell’Antico Regime. Sempre e rigorosamente, però, sul piano della vita pubblica e della politica. È Jean-Jacques Rousseau, mettendoci (alla lettera) del suo con le Confessioni, a lanciare il «pathos dello svelamento» del cuore degli individui, in nome della verità, con il conseguente cambio di paradigma e la prefigurazione di una comunità tirannica (e qui lo studioso che non è un liberale, ma un curioso impasto di hegelismo e decostruttivismo, si ritrova in sintonia con Karl Popper). Partendo da lì, la contemporaneità, senza aver più bisogno di occhiuti Grandi Fratelli, si inventa la sorveglianza perfetta sotto forma del «panottico digitale», diversissimo dalla «prigione ideale» di Jeremy Bentham.

Ai nostri giorni, la disciplina del Panopticon postmoderno non viene più assicurata dalla solitudine del singolo che sa di essere osservato da un potere invisibile, bensì dall’ipercomunicazione e dai suoi eccessi, a cui tutti quanti (più o meno) partecipiamo entusiasticamente e senza sosta. A tal punto da avere dato vita a quella che l’autore chiama la «porno-società», ovvero una società dello spettacolo in tutti i sensi, dove l’oscenità deriva dall’esposizione ed esibizione incessante di ogni cosa. E dove risulta «addomesticato» e ammansito anche il sentimento amoroso (altro che amour fou…), ridotto a genere di consumo o poco più (come descriveva alla perfezione il «motto» del sito d’appuntamenti per single Meetic: «Si può essere innamorati, senza innamorarsi!»). E invece la discrezione e un po’ di «segreti» e di riserbo servono tanto alla sessualità (aspetto di cui il filosofo si era occupato in un testo precedente, Eros in agonia, sempre Nottetempo), quanto, a ben guardare, alla stessa democrazia. Perché, a dispetto dei vari Wikileaks, l’ideologia della trasparenza ha assunto da tempo una spiccata matrice neoliberale. Essa non prevede colori e orientamenti politici; e così i partiti che la eleggono a propria bandiera, dai pirati tedeschi ai 5 Stelle italiani, diventano altrettante manifestazioni di una post-politica che conduce alla depoliticizzazione di fatto.

L’agorà digitale, quindi, non sarebbe propriamente una casa di vetro quanto, piuttosto, il perfezionamento tecnologico della logica della «società della prestazione», in cui lo sfruttamento esterno lascia il posto all’autosfruttamento (ovviamente a beneficio di qualcun altro, poiché Byung-Chul Han, da neohegeliano radical, si rifà alla dialettica servo-padrone, che risolve in maniera assai differente da quella del pensatore per antonomasia dell’idealismo). Insomma, un incubo, ben lontano da quel caos tutto sommato creativo e intriso di opportunità di emancipazione che Gianni Vattimo vedeva all’opera grazie ai media (Rete compresa) nel suo vecchio libro La società trasparente (uscito da Garzanti per la prima volta nel 1989).

E se provassimo allora a prendere la questione per un altro verso, domandandoci se, più che di trasparenza, non si tratti, in realtà, di un problema di fiducia? Esattamente come quella persa dai cittadini, senza la quale le democrazie rischiano grosso.

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