Perché questo alfabeto

alfabeto

L’idea di Alfabeto Grillo nasce alla vigilia delle elezioni politiche del 2013. Roma, una piazza San Giovanni gremita per l’ex comico e Gianroberto Casaleggio, con centinaia di migliaia di contatti in streaming. A colpirci non fu, come per tanti commentatori, la rinuncia della sinistra a quella piazza in favore di un teatro, ma il messaggio di quella piazza.

Rabbia, rumore, rivolta.

Contro tutto e tutti.

Nella più totale assenza di speranza, sogni, soluzioni.

Una piazza sold out, riempitasi volendo distruggere, che aveva ben poco a che fare con la volontà di rinnovamento di cui hanno tentato di farsi interpreti in tanti, per ultimi i movimenti dei referendum e gli arancioni che tra maggio e giugno 2011 coloravano le pagine dei giornali. Tutto archiviato, l’”amm scassat” di De Magistris e la “sinistra gentile” di Pisapia hanno ballato una sola estate, travolti anche loro da una serie di contumelie, le stesse rivolte al PD. Complici le riprese aeree il comizio di chiusura della campagna elettorale sembrava quasi una scena del Signore degli Anelli, una palingenesi per sentirsi in una compagnia di “eletti” incompresi che non si rivolgeva agli altri attori politici, eletti nominati dalle segreterie dei partiti, ma solo agli elettori. A delusi e astenuti perché chi vota Pd o PDL, nell’assunto del MoVimento, non capisce o non vuol vedere.

Il meccanismo identitario chiuso degli spaesati che ritrovano l’identità in un dato sistema, uno degli elementi caratterizzanti la Lega, come spiegato da Aldo Bonomi in Il rancore, si manifesta così con più forza, su scala nazionale.

Un messaggio quello del MoVimento Cinque Stelle che prevede un lontano utopico futuro regno di GAIA (e qui il greco u-topos “luogo inesistente” è quanto mai calzante), rinunciando completamente alla ricerca dell’eutopia, l’eu-topos “luogo felice”.

Un messaggio però in grado di attrarre, al debutto sulla scena nazionale, il 25% dei voti, risultato che ha spinto la nostra curiosità ad analizzarlo sotto più punti di vista, mentre in questi mesi sono fioccate le analisi centrate soprattutto sui due fondatori, accanto a pubblicazioni quasi elogiative.

Se Grillo vaticina la decadenza dell’Italia e dell’Occidente per come lo conosciamo, rifacendosi efficacemente agli elicotteri in fuga da Saigon in Apocalypse now, proviamo ad analizzarlo allora con un primo embrione di KulturKritik, tentativo necessario e non sufficiente per approfondire le tante sfaccettature di un’identità fluida, che attinge a vari segmenti di elettorato e risponde su temi variegati, ma non su tutto, presentatosi da subito con una chiara strategia comunicativa, una brandizzazione in cui la confezione e il testimonial valgono quanto e più del contenuto.

L’elettore, come da Ikea, può trovare quel che vuole e magari riassemblarlo, riconoscendosi solo in alcuni punti. Pubblicando sul suo blog Grillo usa la logica del panopticon: dall’alto controlla e filtra cosa pubblicare, mantenendo solo lui la visione d’insieme, come il suo mutare nel tempo.

Un’organizzazione che in un sistema democratico non è quella della politica, ma al più quella dell’attività editoriale.

La logica delle analisi che abbiamo raccolto vuole rifarsi al modello di monitoraggio panopticon per capire cosa c’è sotto la colorata coperta patchwork del moVimento: diversi aspetti vi sono analizzati, alcuni coperti attentamente da altri studi già pubblicati, come il numero 1/2013 uscito ad aprile dell’anno scorso di ComPol, altri finora poco considerati.

 

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