M5S, così è cambiato l’elettorato di Grillo

Molti “renziani” sono andati via. Ora il problema è far tornare i defezionisti

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Sappiamo dagli studi sul Movimento 5 Stelle, peraltro non molto numerosi, che il suo elettorato – a partire dalle politiche dello scorso anno – non è mai stato particolarmente unitario. A seconda delle analisi, se ne riscontravano dai 3 ai 5 tipi, che avevano motivazioni nettamente differenti nella loro scelta di privilegiare il movimento di Grillo.

Come si argomentava anche nel mio studio con Roberto Biorcio (Politica a 5 stelle), in parte ripreso nel successivo volume collettivo Alfabeto Grillo, almeno quattro tipi di simpatizzanti coabitavano all’interno del movimento: i due di più antica tradizione, i “gauchisti” e i “seguaci”, rappresentavano allora poco meno della metà del suo elettorato, e sono coloro che sembrano credere maggiormente nella novità delle proposte veicolate dal M5S.

L’altra metà (i “razionali” e i cosiddetti “meno peggio”) era invece formata da più recenti acquisizioni, da cittadini la cui scelta pareva determinata – in prima istanza – da valutazioni sempre più negative nei confronti della casta politica.

A questa composizione si erano aggiunti, nel momento del voto alle politiche, i “renziani”, elettori vicini al Pd in disaccordo con la premiership di Bersani che, almeno momentaneamente, avevano optato per il M5S.

Convivevano quindi nel movimento, e convivono tuttora, motivazioni ed elettorati legati alla proposta con quelli legati alla protesta: un connubio che rende problematica la durata nel tempo del successo, se i maggiori rappresentanti della formazione politica non sono in grado di gestire in maniera ottimale il loro rapporto con le varie anime.

Due sono le strade alternative: da una parte questa realtà così poco monolitica potrebbe divenire una ricchezza, sviluppando ulteriori capacità di far presa su diversi segmenti di elettorato, se si trovano parole d’ordine in grado di unire e non di dividere i cittadini che scelgono questa opzione; dall’altra però motivazioni di voto e “umanità” così diverse potrebbero restare difficili da gestire nel tempo. Questo problema si è reso più evidente in concomitanza con le recenti elezioni europee e, ancora di più, nella situazione attuale. Il Movimento 5 Stelle ha infatti vissuto una significativa emorragia di voti, sia reali (nelle consultazioni di maggio) sia potenziali (nei più recenti sondaggi di opinione), che gli hanno fatto perdere almeno un 5 per cento di consenso (dal 25 al 20), il che equivale a circa il 20 per cento del suo precedente elettorato.

Chi sono, e dove sono finiti questi defezionisti? La composizione odierna dei votanti per il M5S è un po’ cambiata, rispetto allo scorso anno: molto più peso hanno acquistato i primi due gruppi, quelli che possiamo considerare elettori acquisiti, che contano oggi per almeno il 60 per cento del totale, cui si possono aggiungere un 20-25 per cento di “razionali”, coloro che pensano comunque che il voto per il movimento sia in questo momento la scelta migliore per il paese. Se ne sono andati molti dei “renziani”, ovviamente, data la premiership del segretario del Pd e, ancora di più, quelli che avevamo chiamato i “meno peggio”, coloro che cioè vedevano nel movimento di Grillo l’occasione per mandare a casa tutta la vecchia casta, e tutto il mondo politico, per una rivoluzione non certo cruenta, ma sicuramente definitiva.

Il problema più rilevante oggi, per il M5S, è quindi quello di far tornare a sé questi ultimi defezionisti che, dopo più di anno di presenza parlamentare del movimento da loro votato, non avvertono frutti sufficientemente sostanziosi. Le parole d’ordine cui essi sono sensibili sono quelle più semplicistiche, meno costruttive ma molto più distruttive, e forse per questo motivo i leader del M5S tendono ad alzare i toni, a mostrarsi così agguerriti, nel tentativo di richiamare a sé i latitanti delle ultime elezioni.

Ma c’è anche un’altra strada possibile da percorrere, in grado di tenere insieme le diverse anime: sviluppare tematiche di interesse comune della cittadinanza diffusa, che non facciano (troppo) riferimento unicamente all’alterità nei confronti della classe politica e della casta, ma puntino invece ad esempio ad un nuovo modello di partecipazione ed un nuovo tipo di democrazia, più diretta e meno legata alla delega.

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