L’uso televisivo della Rete chiave del successo di Beppe

Sul quotidiano del Friuli Venezia Giulia una sintesi dell’introduzione di Massimiliano Panarari al libro.

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Pubblichiamo una sintesi dell’introduzione di Massimiliano Panarari al libro “Alfabeto Grillo. Dizionario critico ragionato del Movimento 5 stelle” a cura di Marco Laudonio e Massimiliano Panarari. Il volume, nato da un’idea di Laudonio ed edito da Mimesis, sarà nelle librerie a partire da mercoledì 7 maggio.

Il libro contiene saggi di Carla Bassu, Ernesto Belisario, Sara Bentivegna, Giovanni Boccia Artieri, Marco Bracconi, Fausto Colombo, Francesco Costa, Stefano Epifani, Marco Fratoddi, Andrea Garnero, Alessandro Lanni, Mario Lavia, Paolo Natale, Marco Pacini, Valentina Parasecolo, Daniel Pommier Vincelli, Michele Sorice, Antonio Tursi, Luca Verzichelli.

La pagina del Piccolo sul volume.

 

La travolgente (al netto di alcune battute di arresto) cavalcata elettorale di Beppe (Giuseppe Piero) Grillo, in coppia con il suo “ideologo” Gianroberto Casaleggio, rappresenta un notevolissimo case-study di imprenditoria politica vittoriosa (…). Il M5S costituisce un movimento politico in cui si ravvisano connotati riconducibili al paradigma del partito personale altamente carismatico e a quello delle formazioni populiste, ma che si mostra altresì molto “mobile”; e, dunque, una forma-partito – oppure un “informe non-partito” – che possiamo assumere quale prototipo della post-politica nella nostra epoca delle democrazie liquide (o postdemocrazie). La spiccata dimensione taumaturgica, nonché quella della liberazione dalle incrostazioni e dalle corruttele della “casta” (desiderio ampiamente – e assai legittimamente – diffuso in seno alla popolazione e all’elettorato italiani), rimandano fuor di ogni dubbio a un connotato carismatico (e neocesaristico) di Grillo, difficilmente contestabile da parte di chi intenda porsi come osservatore distaccato e “imparziale”. È su di esso, giustappunto, che il leader dei 5 stelle impernia il proprio peculiare stile di comando. Un tratto che è dato riscontrare, infatti, anche nell’uso che Grillo e Casaleggio fanno della Rete, che appare assimilabile, per molti versi, a un broadcasting di tipo “classico” e tradizionale: monocratico, unidirezionale, decisamente meno interattivo di quanto dichiarato (…). Il “cittadino partecipante” di cui il M5S rivendica la centralità e di cui si dichiara portavoce non è “uomo a una (esclusiva) dimensione”, ma si presenta anche sicuramente come militante offline, aspetto che, soprattutto agli esordi, ha giocato un ruolo rilevante nella genesi di questa neo-formazione politica (si pensi alla significativa effervescenza e al “ribollire” di discussioni, anche in sede fisica e in modalità diretta e de visu, durante gli incontri dei Meetup). Pur dovendo ricordare, a onor del vero, anche a tale riguardo, che svariati dei momenti e delle occasioni di “partecipazione” in carne e ossa e non mediata (dal “Vaffaday” – con una scelta linguistica che ricercava il medesimo “effetto-tormentone” di certi prodotti dell’industria dell’intrattenimento – ai comizi-show dello “Tsunami tour”, concepito, in tutto e per tutto, alla stregua di una tournée) prevedevano un tasso elevato di fruizione nello stile dello “spettacolo dal vivo”. (…)Le “masse elettroniche” non sono, dunque, precisamente tali; e lo stesso esercizio di partecipazione si traduce in prevalenza in una forma di votazione su piattaforme e issues prestabilite e non condivise con gli utenti-militanti. (…) Si può pertanto sostenere a ragion veduta che la retorica partecipativa che innerva la narrazione grillina supporti (od occulti) una concezione della sfera pubblica che la converte, di fatto, in una microsfera per adepti (e iniziati), lontana dai principi di trasparenza e pubblicità agognati da molti di coloro che hanno scelto di riconoscersi nel M5S. E distante anni luce dalla visione (e, sotto molti punti di vista, oramai autentica ideologia) della disintermediazione. E si può altresì affermare che i vertici del M5S facciano, per lo più, quello che possiamo definire un “uso televisivo della Rete”, ovverosia monocratico, unidirezionale e indirizzato da una fonte unica ai tanti. E, dunque, anche direttamente in linea di principio, antitetico all’orizzontalità totale (e totalizzante) da loro insistentemente invocata (…). Una forma autentica di “organicismo elettronico”, difatti, che, nel discorso pubblico pentastellato intenderebbe addirittura superare le “limitazioni” dei regimi liberal-democratici rappresentativi, in virtù delle sorti magnifiche e progressive (e soprattutto partecipative), che sarebbero connaturate, almeno potenzialmente, a Internet – e che vengono esaltate in maniera ripetuta, sino ad assumere connotazioni mistico-messianiche e di natura new age (come nel video, dai tratti visionari e apocalittici, intitolato Gaia: il futuro della politica e prodotto dalla Casaleggio Associati). Il decantato cambio di paradigma, quindi, si avvale della popolarità della Rete quale canale di mobilitazione e comunicazione politica, ma, a guardare con attenzione, non si tratta affatto della (alquanto mitopoietica) democrazia elettronica diretta. Perché Grillo effettua invece, giustappunto, un impiego del Web per lo più a senso unico e strettamente sorvegliato, in cui convivono “rumore di fondo” partecipativo e spirali del silenzio, tecnoentusiasmi di attivisti e simpatizzanti e implacabili censure ai dissenzienti (oltre che vere espulsioni, come accade in tutte le formazioni che si sentono avanguardie calate in un contesto ostile) e, naturalmente, un campionario ampio di dietrologie e complottismi, caratteristici del procelloso mare magnum della Rete, senza però che i militanti influiscano secondo la modalità dichiarata (e ostentata) sui processi di decision-making, di natura marcatamente più verticistica che deliberativa (quando non semplicemente piramidale). Esattamente quanto accadeva con il “vecchio” tubo catodico generalista, dove la modalità d’interazione (nient’affatto “interattiva”) segue una sola direzione, e si basa sulle competenze specialistiche dei professionisti che ne padroneggiano i linguaggi e la media logic. Da questo punto di vista, dunque, il cesarismo carismatico-internettiano di Beppe Grillo (con l’aggiunta del suo dark side di web populismo) potrebbe venire considerato alla stregua di una nuova versione 2.0 della “democrazia del pubblico” che ha cominciato a imporsi nell’età della neotelevisione. Un paradosso, quindi; ma di paradossi (a partire da quello della sua natura organizzativa di “partito-non partito”, o di partito personale che si vuole il più democratico di tutti) si nutre, giustappunto, una formazione politica postideologica (e spiccatamente postmoderna) quale è il MoVimento 5 stelle.