L’M5S di lotta e di governo funziona

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5 stelle e 2 facce. Dati per morti dopo le europee, da quasi tutti gli analisti, e resuscitati dopo la vittoria del sindaco Filippo Nogarin a Livorno, si trovano a metà del guado. Appannati sì, ma nel Parlamento Europeo senza abbandoni clamorosi o grandi dissensi sul web si è digerita l’alleanza con il partito inglese populista e xenofobo Ukip di Nigel Farage (mentre la Lega di Salvini e Marine Le Pen con il Fronte Nazionale non sono riusciti a chiudere le alleanze con parlamentari di altre 5 nazioni necessarie a formare un gruppo), e nel Parlamento italiano senza dibattiti si è avviato un romanzo epistolare con il Pd di Matteo Renzi. Anche se il nuovo incontro in streaming di giovedì alle 14 non porterà a nulla, consente ai pentastellati di finire sui giornali non per le polemiche interne ma con la faccia del dialogo.

 

Con la regia di Grillo i deputati dell’ala “istituzionale”, con Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, sono in prima linea per la trattativa con il Pd, chiesta a Italicum ormai definito. Comunque vada sarà un successo? È facile immaginare il refrain “ci abbiamo provato ma il Pd preferisce Berlusconi”. In caso contrario si rivendicherà la bontà della campagna per il Parlamento pulito che, con l’imponente V-day bolognese del 2007, vide il battesimo del MoVimento che voleva il ritorno delle preferenze e l’ineleggibilità perpetua dei condannati in via definitiva. Un punto vicino alla disponibilità di Renzi a rivedere l’immunità parlamentare.

Con almeno altre due carte buone per giocare “contro” nelle prossime settimane. A Bruxelles l’esclusione dei candidati del gruppo di Grillo e Farage da tutte le presidenze e vicepresidenze delle commissioni, distribuite tra tutti i gruppi, a eccezione del misto, secondo una prassi non stabilita in un regolamento ma adottata fin qui. Un precedente che gli consente di dire che la “Triplice “(PPE, S&D e ALDE) boicotta M5s. In Italia, invece, con la revisione costituzionale che prevede l’aumento delle firme necessarie per proporre leggi di iniziativa popolare, da 50.000 a 250.000, e referendum abrogativi, da 500.000 a 800.000. Numeri che potrebbero riavvicinarli alle sensibilità di chi ha sostenuto i quesiti per i beni comuni.

Tra le righe dell’epistolario tra le due forze politiche, dove Renzi, Speranza, Serracchiani e la Moretti individuano più punti su cui si è d’accordo «rispetto alle questioni tecniche su cui ponete dubbi che potrebbero essere fugati in queste ore», emergono i sì che in realtà sono “sì però” sulla riforma complessiva della Costituzione. C’è una maratona che dal 14 luglio impegna tutti i senatori M5s con discorsi di 20 minuti: denunciano la frustrazione per i metodi renziani e le storture della nuova Carta, in consonanza con i dissidenti Pd e gli ex del MoVimento intervenuti sin qui in Aula. Vito Crimi, il primo dei loro capogruppo a rotazione, ha preso la parola ribadendo che tutti gli emendamenti – vale per M5s e per gli altri partiti – accettati in Commissione sono stati “ritirati per l’Aula” per velocizzare l’iter di approvazione, vanificando l’invito a scendere dal tetto del Parlamento.

 

I “duri e puri” esprimono i due capogruppo alla Camera, Paola Toninelli, e al Senato, Vito Petrocelli, che con Di Maio hanno firmato la lettera di risposta ai dem pubblicata sul blog di Grillo. La bresciana classe 1980 si era fatta notare per la richiesta di impeachment nei confronti del Presidente Napolitano e ha battuto il candidato più dialogante, Massimo Artini. Il senatore è approdato al partito di Grillo dai C.A.R.C., i comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, e si è contraddistinto a inizio legislatura per aver “videodenunciato” il Pd Filippo Bubbico, “reo” di avergli proposto un incontro essendo entrambi lucani.

Il più celebre dei movimentisti alla Camera, Alessandro Di Battista, ha un suo post, da ieri, nel colonnino centrale del sito di Grillo (organizzato come un quotidiano online) con l’eloquente titolo “Gratta il Berlusconi e trova il Verdini”. Di Battista riporta la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per il crack del Credito cooperativo fiorentino: «Una banca da lui gestita. I pm sospettano la bancarotta fraudolenta. Ovviamente il Senatore Verdini è innocente fino a prova contraria, ma vi sembra accettabile che ad un rinviato a giudizio per reati gravissimi siano affidati i fili della riforma dell’intera architettura costituzionale?». Tutti riuniti, su Twitter e nella linea politica, dalla cronaca giudiziaria. L’arresto del sindaco Pd di Venezia, Giorgio Orsoni, e la richiesta d’arresto per Giancarlo Galan, senatore di Forza Italia, hanno trasformato il #vinciamonoi in “#vinciamopoi e intanto #arrestanovoi” , hashtag usati anche per le indagini sul leghista Roberto Maroni e per Verdini.

M5s è doppiato dal PD ma l’emorragia sembra essersi fermata. Nella puntata finale del Ballarò targato Floris, Nando Pagnoncelli mostrava come per il 28% del campione la vittoria livornese era data dall’esaurirsi dell’effetto Renzi, mentre per il 36% degli intervistati Nogarin dimostrava che M5s non era finito. L’istituto Piepoli il 7 luglio li ha dati al 21,5%, mezzo punto in più in una settimana, 0,4% sopra il dato delle europee. Più che l’antipolitica è l’antipartitismo che sembra aver trovato casa.

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