Lega-M5S, le affinità elettive

grillo e salvini

Le varie forme di “egemonia sottoculturale” non si fermano mai, e men che meno in questa iperpiovosa estate del nostro scontento di mancati villeggianti sotto il sole. Lo abbiamo visto in queste ultime settimane. E, quindi, dopo il “revisionismo storiografico” (chiamiamolo così…) su JFK di Carlo Tavecchio (“immancabilmente”, e a dispetto di tutto, divenuto presidente della Figc), era arrivato il grillopinochettismo che aveva fatto seguito alle parole lusinghiere del leader-“megafono” del Movimento 5 Stelle nei riguardi di Umberto Bossi, definito addirittura il «più grande statista» dell’ultimo mezzo secolo (al netto degli «affari con Roma ladrona»).

E, nei giorni scorsi, i pentastellati (a partire da Alessandro Di Battista) hanno sciorinato un cocktail di antiliberalismo, anticapitalismo e appello alla comprensione dei tagliagole dell’Isis da far leccare i baffi ai loro peggiori detrattori. Tali, viste le ultime intemerate dei grillini, a ragion vedutissima. Insomma, di tutto di più.

L’“opzione preferenziale” per il dittatore cileno dei giorni passati era arrivata nell’ambito di un proclama secondo cui «gli italiani hanno il sacrosanto diritto di sapere e i giudici di indagare sui colloqui privati del trio Napolitano-Renzi-Berlusconi dato che riguardano il futuro della Nazione. Meglio Pinochet di questi sepolcri imbiancati e bimbominkia assortiti». Non parole al vento, ma solcanti il mare magnum del web e – quindi, “mica si scherza” – affidate al blog che, nell’ircocervica teologia politica pentastellata, come noto, equivale, al medesimo tempo, al testo sacro (online) e a uno dei dogmi fondativi del “partito-non partito”.

Dietro l’iperbole e la rodomontata – l’ennesima sparata che non costituisce tanto una “simpatica” trasgressione del politicamente corretto, bensì una nuova, ulteriore rottura del galateo istituzionale e della sensibilità democratica – potevamo ritrovare, in compendio, alcuni degli elementi caratteristici (tra politica-spettacolo, vocazione genetica al populismo e politica tout court) che fanno del M5S un campione dell’antipolitica postmoderna.

C’è dunque il Beppe Grillo “sudamericano”, libertador e descamisado, che shakera all’impronta e rimixa in maniera prêt-à-porter quanto propone al mondo della politica il continente per antonomasia del populismo (prevalentemente oltre la contrapposizione destra/sinistra e i suoi cleavages consolidati); giustappunto dall’esaltazione del “modello argentino” in economia all’irresponsabile citazione di Pinochet, fino – non va dimenticato a proposito del pirotecnico storytelling five stars – all’invettiva contro il «golpettino istituzionale furbo» (ipse dixit), ordito dal Quirinale, che induce ad additare il capo dello Stato italiano come “peggiore (forse)” dello scomparso caudillo venezuelano Chávez.

C’è il Grillo che, non avendo sfondato a sinistra nell’ultima consultazione (con l’eccezione di Livorno), ha verosimilmente deciso di ricalibrarsi a destra (da qui, gli ammiccamenti su Bossi e perfino Pinochet), prima che Berlusconi torni (come ormai avvenuto) completamente nella partita. E ci sono le affinità elettive (e la concorrenza elettorale) tra M5S e Lega Nord, che hanno condotto le due formazioni politiche alla saldatura sull’aventinismo nel dibattito al senato (in stile “piccole intese”). In entrambi i casi, infatti, si tratta di forze originariamente “extra-sistema” acconciatesi a fare quelle anti-sistema.

Difatti, leghisti hanno ricoperto funzioni di governo, e si son fatti inglobare anch’essi dalla malapolitica, e quindi, da parecchio, non possono certo dichiararsi più extrasistemici; e i pentastellati sono entrati pure loro nelle istituzioni, dove mantengono una connotazione anti-governativa a livello nazionale, ma non brillano propriamente per incisività né per cipiglio “rivoluzionario” o radicaleggiante laddove hanno conquistato le amministrazioni locali (si pensi al Comune di Parma).

Ma, soprattutto, i due ex movimenti – anche se recentemente se le sono suonate di santa ragione, con Matteo Salvini e i suoi che hanno sparato sui grillini «comprensivi» nei confronti dei terroristi del “califfato” – presentano un comune nemico (e, per certi versi, pure competitor): il renzismo, con la sua idea di partito-pigliatutto e di raccolta.

Ovvero, l’ormai noto “partito della nazione” o – come da letteratura politologica – “partito del popolo”, che ha l’ambizione di pescare voti da un bacino elettorale piuttosto ampio e postideologizzato. Perché, gira e rigira, la battaglia per il consenso si gioca sempre di più a tutto campo, oltre le enclosures delle culture politiche (già) cristallizzate e delle fedeltà identitarie in via di scioglimento; e qui si colloca anche la scommessa politica del grillismo, movimento a intermittenza di temi, campagne e posizioni.

Oltre che di gaffes, pulsioni e “sparate” a volte inconfessabili ma, più spesso, indirizzate alla rabdomantica caccia di voti, “ndo cojo cojo”.

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