Last tango in Grillandia?

Esce in questi giorni per Mimesis “Alfabeto Grillo” di Marco Laudonio e Massimiliano Panarari, un glossario critico su Beppe Grillo e il “grillismo”, visto come ennesima riproposizione in politica di quello star system che produce partiti personali, aziendali, di plastica.

micromega

 

«Nutro forti dubbi che da un tipo di comunicazione
come questa si possa ricavare un sostanziale
arricchimento della via democratica. Le comunità

virtuali… tendono a essere decisamente auto-referenziali.
Non di rado si comportano come sette
»[1]
Tomás Maldonado

 

«Non chi dice ‘Rete, Rete’ entrerà
nel regno dei Network
»[2]
myself

Nel corso degli anni Settanta in quel di Hollywood produttori e soggettisti discussero molto seriamente il tema sul chimerico di girare “l’ultimo western” (questione abbastanza analoga alla ricerca del “grande libro americano” del Novecento). Obiettivo che – nel caso – parve realizzato con Il Pistolero di Don Siegel (1976), in cui uno stanco e malandato John Wayne affrontava la propria fine – come personaggio del film e come icona del genere – andando a regolare gli ultimi sospesi con un manipolo di partner della sua lunga carriera cinematografica: da James Steward a John Carradine, a Richard Boone. 

Ciò nonostante, ecco che (successivamente e ovviamente) si riproposero sempre nuove variazioni sul tema; dall’ecologico (tipo Balla coi lupi, annata 1990) fino al fiction-demenziale di Cowboys&Aliens (il trappolone tirato dal regista Jon Favreau nel 2011 a star di solido prestigio come Daniel Craig e Harrison Ford). 

Sicché ci si chiede: sono davvero maturi i tempi per il saggio definitivo su Beppe Grillo e il “grillismo”? 

Ne sembrano convinti i due curatori di questo glossario in diciotto lemmi – un giornalista (Laudonio) e un semiologo della politica, vecchia conoscenza del nostro sito (Panarari) – che hanno ingaggiato a tale scopo un ricco team di operatori ed esperti dell’informazionalismo: giornalisti, docenti di comunicazione, blogger. 

Come si conviene a un’operazione “ultimativa”, nell’ampia svogliatura di tematiche sul “pentastellare” (dalla A di “ambiente” alla Z di “zeitgeist”) traccia un filo di continuità il ricorrente approccio critico; il fare le bucce al combinato disposto estremizzante di trionfalismo e denigrazione fobica, amore/odio, che accompagna – almeno dal successo elettorale dell’altr’anno – un fenomeno indubbiamente inaudito. 

Ossia il movimento che al primo tentativo intercetta un quarto dei voti espressi. 

Analisi che talvolta recuperano aspetti positivi (“le pagine chiare” su una militanza appassionata, che trattiene una fetta consistente di elettorato “indignato” da scivoloni in qualche abisso delirante: indubbiamente M5S non è la greca Alba Dorata) e talaltra scrivono “pagine (forse eccessivamente) scure”: ad esempio, la simmetria forzata tra Fascismo e Grillismo trascura che la prima vicenda concluse in tragedia la propria parabola, mentre la seconda rischia al massimo di terminare in farsa. 

Forse quello che non sempre è presente in queste ricche diagnosi è la consapevolezza della dimensione squisitamente italiota dell’oggetto, tendente al ludico. E magari al fescennino linguistico. 

Certo, “centralismo telematico”, “organizzazione confessionale”, “messianesimo che produce una fusione mistica tra un gruppo sociale e il proprio Capo” sono tutte definizioni che calzano a pennello a un’insorgenza sociale. Ma che mantiene anche tratti da ennesima riproposizione dell’antica commedia dell’arte – con moltissimo di premoderno/arcaico e punto di postmoderno – messa in scena dal duo Grillo&Casaleggio all’insegna della pura blandizia rivolta agli spettatori: canovaccio la cui trama può essere sintetizzata nello sdoganamento/legittimazione dell’inadeguatezza attraverso la semplificazione. L’operazione psicologica per cui l’adepto viene iniziato a un consistente insieme di banalità accreditate dai presunti leader maximi come grandi rivelazioni esoteriche. 

Non a caso il capitale culturale del ragioniere Beppe Grillo e del perito industriale GianRoberto Casaleggio risulta – alla prova finestra della strategia politica – soltanto un modesto imparaticcio assiemato con immaginari filmici, letture di seconda mano e qualche collezione di fumetti e videogiochi. Privo di coordinate che lo mettano in condizione di orientarsi nel dibattito pubblico e oscillante tra il vago passatismo delle “decrescite felici” e l’ottimismo tecnologico della soluzione hi-tech dietro l’angolo. 

Sicché l’insipienza politica è soppiantata da una maniacale attenzione ai criteri del marketing, in cui tutto va bene nella logica del business is business. L’eclettismo sfrenato e a casaccio da creativo pubblicitario improvvisato; per cui il target può essere Legambiente come Casa Pound; si sceglie come testimonial Enrico Berlinguer per poi ripiegare su Nigel Farage quale guest star

Un’assoluta mancanza di remore che discende dall’assenza di categorie. Ma anche da fortissimi spiriti animali profit oriented, come ha messo in luce l’indagine condotta dal nostro Matteo Pucciarelli con Ettore Livini per la Repubblica: gli incassi pubblicitari annuali del blog gestito dalla ditta Casaleggio per conto di Grillo si aggirerebbero sui 570mila euro; avendo come inserzionisti persino società per il gioco d’azzardo e l’investimento offshore. 

Comunque un pastone efficace – proprio perché consolatorio nella sua immediata fruibilità, che lo rende alla portata di menti semplici – essendo in perfetta sintonia con lo stato confusionale di ampie fette di cittadinanza; psicologicamente ferite nelle devastazioni delle certezze welfariane del dopoguerra, operate dalla globalizzazione finanziaria NeoLib/NeoCon. 

Un pubblico sufficientemente incazzato da identificarsi nel manicheismo cosmico del “noi contro loro” grillesco, che traduce in slogan la già elementare banalizzazione delle categorie del Politico ridotte al duo Hostis/Amicus; teorizzata dal reazionario politologo filonazista Carl Schmitt. 

Insomma, quella Cinquestelle è vicenda che funge da indicatore di un malessere sociale reale e profondo; intercettato da un furbone che calcava abilmente le tavole di scena, riciclatosi in ducetto virato a Masaniello, e un furbissimo che maneggia le tecniche consulenziali dei guru della promopubblicità. Fermo restando che – come osservava recentemente il blogger e saggista Fabio Chiusi – quella che il tandem G&C presenta è «una visione antiquata del futuro»[3]. A partire dall’idea che la crisi (innegabile) della democrazia rappresentativa possa trovare la propria soluzione grazie a un’ipotetica riformattazione digitale diretta. 

Tesi la cui smentita arriva direttamente dalle pratiche interne in tale senso degli stessi Cinquestelle: dei 225.000 aventi diritto a partecipare alle “parlamentarie” (la consultazione on line per decidere i candidati del Movimento alle elezioni politiche 2013), i voti effettivamente espressi si aggirarono all’incirca sui 20mila; pari a poco più del 12%. 

In sostanza nessuna delle promesse di palingenesi democratica si è avverata, a partire dalla cosiddetta “disintermediazione” dei processi decisionali; preso atto che già il blog intestato a Beppe Grillo è la più palese negazione del principio: il format interattivo è stato totalmente asservito a una logica predicatoria a senso unico, trasformandolo in una sorta di pulpito telematico. 

Prende così corpo la critica più radicale contenuta nel nostro saggio: l’intera operazione come ipertesto di una narrazione pubblica illusionistica. Sicché, «il progetto di Grillo e Casaleggio ricorda quello dei colossi del web Google e Facebook, che lavorano per creare una dimensione esclusiva di navigazione online dove tutta l’attività dell’utente si svolge dentro il perimetro del mondo di valori, idee, contenuti e servizi costruiti su misura per lui… La strategia 5 Stelle su Internet, lungi dall’essere centrifuga, trasparente, conflittuale e diffusa – come la Rete stessa è – finisce con l’essere centripeta e partigiana: con un centro che diffonde i messaggi senza rispondere a critiche e commenti»[4]

Ecco dunque: le nuove frontiere della democrazia come una retorica. Mentre la realtà è – piuttosto – l’ennesima riproposizione in politica di quello star system che produce partiti personali, aziendali, di plastica. 

Potrebbe essere che l’operazione ultimativa “Grillo-Pistolero” di Panerari e Livini si riveli particolarmente profetica, almeno per quanto riguarda il diretto interessato. Infatti Beppe Grillo (come pure Silvio Berlusconi, il suo clonatore in politica) dà segni di crescente disamoramento per il giocattolo M5S; anche perché – nel frattempo – “è stato aperto come una scatoletta di tonno” da quella politica che pretendeva di trattare lui in tale modo. 

Effettivamente il modello star system si rivela molo efficace nell’intercettare consensi, ma non fornisce la benché minima garanzia di saperli tradurre in capacità di governo. Berlusconi lo ha dimostrato ampiamente nel ventennio di Seconda Repubblica. E ora si rintana nella corte dei miracoli delle fidanzate badanti e dei cagnolini Dudù (in attesa di nuove mazzate da parte della magistratura napoletana e milanese). 

Tradisce analogo imbarazzo il Grillo che si aggira in Europa brindando con xenofobi ridanciani e delega il dialogo con il governo sulle riforme istituzionali al giovane aspirante ministeriale Luigi Di Maio. 

L’irruzione della realtà negli immaginari creati dalla comunicazione mediatizzata produce effetti di smascheramento che spiazzano per primi gli speaker fattisi leader e guru. Laudonio e Panarari sono disponibili a proseguire nell’opera del disincantamento prendendo in considerazione anche l’ultimo arrivato tra gli star-system-boys, Matteo Renzi? 

NOTE

[1] T. Maldonado, Critica della ragione informatica, Feltrinelli, Milano 1997 pag. 20 
[2] P. Pellizzetti, La Vanguardia Dossier marzo 2014 
[3] F. Chiusi, Critica della democrazia digitale, Codice, Torino 2014 pag. 29 
[4] S. Danna, “Il movimento 5 Stelle e l’uso (a bassa tecnologia) della Rete”,Corriere della Sera 6 marzo 2013

 

FONTE: Micromega

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