Il voto europeo visto da Bruxelles

Andrea Garnero, Stefano Gatto, Alessandro Gropelli e Andrea Matiz per Lo Spazio della Politica

In Italia è il trionfo del PD. In Francia la cavalcata di Marine. In Germania è la conferma di Merkel. Nel Regno Unito dominio di Nigel Farage. Ma guardando a livello europeo qual è la prima (quindi per definizione un po’ grossolana e incompleta) analisi che possiamo fare? Ecco alcuni appunti dal nostro team di Bruxelles.

Sei messaggi dal voto europeo

la partecipazione tiene, nonostante le previsioni (per assurdo, i partiti anti-Europei potrebbero aver contribuito alla tenuta della partecipazione al voto). L’Italia svetta oltre il 60% senza voto obbligatorio come invece è il caso del Belgio.

partecip

I 5 vincitori europei sono Merkel, Renzi, Le Pen, Farage e Tsipras ma sono in 5 partiti diversi.

I partiti tradizionali crollano. Il PPE (centro destra) passerebbe da 274 a 213, il PSE (centro sinistra) da 196 a 190, l’ALDE (liberali) da 83 a 64 e i Verdi da 57 a 53.

I partiti populisti ottengono un sacco di voti e di seggi ma al momento la vittoria sembra confinata “solo” a Regno Unito (28%), Francia (25.1) e DK (partito del popolo, 26,6%). Difficilmente riusciranno a formare un gruppo unico. Forse ci riuscirà Marine Le Pen con un blocco di ultra destra. Senza un gruppo saranno molto meno visibili ed efficaci, nonostante abbiano un terzo dei seggi.

- La sinistra europea, Tsipras per intenderci, guadagna sette seggi rispetto alla scorsa legislatura e arriverebbe a 42 deputati. Buon risultato, ma pur sempre un po’ ai margini.

Quindi sostanziale mantenimento equilibri all’interno del parlamento: PPE primo partito, PSE secondo, liberali terzi e verdi quarti. Equilibri immutati. Con pressione anti-europeista che rischia di essere simbolica, poiché confluirà in 3 o 4 gruppi politici probabilmente non coalizzabili.

Popolari e conservatori ancora al centro

Il partito popolare nonostante tutta la retorica anti-austerità perde molti seggi ma rimane primo, anche grazie a una natura più da cartello elettorale che raccoglieva tutti, da Merkel a Berlusconi, da Rajoy a Orban. Nei paesi con bail-out, o usciti da poco, il PPE e’ arrivato primo (Spagna, pur perdendo molto, Irlanda) o tenuto bene (Portogallo, Grecia). Anche a Cipro. L’onda contro l’austerità ha pesato, ma non ha travolto.

I socialisti pagano la propria debolezza strutturale in alcuni paesi dell’Europa centro-orientale (Polonia e Ungheria), la quasi scomparsa in Grecia, le difficoltà in Spagna e il tracollo in Francia. Il PD ne diventa la guida numerica e, se ne è capace potrebbe anche diventarne la guida politica ottenendo la testa del gruppo parlamentare o perfino la presidenza del Parlamento e magari un Commissario di grande peso (difficile uno dei due presidenti o il Commissario affari economici a causa della presenza di Draghi a Francoforte, ma potenzialmente il “ministro degli esteri UE” al posto della Ashton).

Gli Spitzenkandidaten, cioè i candidati alla Presidenza della Commissione, non hanno veramente mosso voti e la competizione è rimasta nazionale. Per la prima volta, però, anche grazie a loro la competizione è stata più europea. Un passo avanti molto importante per chi crede nell’Europa politica, anche se non e’ affatto chiaro chi ha vinto, dato che una nomina meccanica di Juncker non sembra fattibile. La Merkel oggi ha detto: “Juncker è il nostro candidato, ma nessun partito ha ottenuto una maggioranza assoluta quindi servirà un confronto”. Non proprio il sostegno più convinto.

Che succederà all’Unione e alle sue politiche?

- Dato che gli equilibri non cambiano è difficile che si inverta completamente il cammino delle politiche economiche. Sicuramente si rafforzerà però un processo di politiche più orientate alla crescita. Sia Schulz che Juncker hanno insistito sul bisogno di di politiche per la crescita e industriali. Il tema sta lentamente maturando anche all’interno della burocrazia europea. Ma non facciamoci troppe illusioni.

- al Parlamento Europeo, senza alleanze tra gruppi politici non si va lontano. II regolamento interno del PE, che stimola l’apparentamento tra partiti su scala europea, limitano molto l’azione di chi non si allea con nessuno, rimanendo nel suo guscio o tra i non iscritti. Le chiavi del PE sono la trasversalità e la trasnazionalità, appunto per “pensare europeo”. Per questo motivo, la frammentazione di intenti, radici e ragioni politiche del blocco anti-UE, rischia di ridurne o annullarne la capacità di incidere sulle dinamiche di voto parlamentare.

un cambio dei trattati per rafforzare le competenze europee e prendere atto dei cambiamenti imposti dalla crisi e dalle richieste di mettere un piede fuori da parte di alcuni paesi diventa ancora più duro dopo queste elezioni. Hollande non riuscirerebbe a farlo passare in Francia.. Ma non e’ neanche sicuro che si riesca a rivedere i trattati in senso  opposto, come richiesto da molti in campagna elettorale.

Chi sarà Presidente della Commissione?

In teoria dovrebbe essere Jean-Claude Juncker, ex primo ministro lussemburghese e un habitué delle stanze bruxellesi. Il PPE è chiaramente davanti ai socialisti e il Parlamento dovrebbe portare lui come proposta al Consiglio europeo. Ma già due capi di governo hanno deetto di non volerlo: Cameron (il cui partito non è nel PPE ma tra gli euroscettici) e Orban (che invece siede nel PPE). Il Consiglio però decide a maggioranza qualificata e non potrà scontrarsi più di tanto con il Parlamento. Poi Orban è un paria a Bruxelles e Cameron in difficoltà sia sul fronte interno essendo arrivato terzo sia su quello europeo per l’attitudine sempre più euroscettica. Alla fine deciderà Angela Merkel.

- Oggi è già prevista una telefonata tra Merkel e Hollande. Un dialogo quanto mai asimmetrico dati i risultati opposti dei due leader. Poi ci saranno altri giri di telefono tra i leader europei.

- Domani, poi, si riuniranno i gruppi politici al Parlamento europeo. E sempre domani sera un Consiglio informale tra i capi di Stato e di governo farà un primo punto della situazione. Arbitra Herman van Rompuy. Probabile si vada ai supplementari e non si decida nulla fino all’estate inoltrata.

 

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