a b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z

“H” come “hard” ma anche come “hate” e come “haters”, come odio e odiatori. Al netto del dibattito che ciclicamente si rianima – in rete e fuori – sull’attribuzione delle responsabilità tra piattaforme e individui nello sprigionarsi della violenza on line, certo è che Beppe Grillo, comunque si interpreti l’originalità del suo linguaggio e della proposta politica, ha impresso un colore diverso al discorso pubblico.

L’aggressività verbale, spesso ai limiti dell’invettiva violenta contro, di volta in volta, un politico o i politici, il singolo giornalista o la carta stampata nel complesso, è divenuto un marchio di fabbrica di successo per il leader del MoVimento 5 Stelle. Il sarcasmo, il turpiloquio, la minaccia più o meno velata, il furore da palcoscenico e da blog, la costellazione semantica fatta di zombie, morti, fogne, schifi , “o noi o loro”, “ne resterà uno solo”, ecc., sono la cifra comunicativa del capopopolo che nel febbraio 2013 ha raccolto più di otto milioni di voti alle elezioni politiche.
Non che sia una prerogativa di Grillo, figuriamoci. Da anni si riflette sulla violenza on line, sull’aggressività suscitata dalla rete, di studi sul tema ne esistono ormai dal secolo scorso, quando si è iniziato a discutere degli effetti delle cosiddette “echo chambers”, sulla qualità dell’opinione pubblica, sull’incapacità di ascoltarsi e via dicendo. In molti hanno sottolineato quanto i vari spazi di discussione in rete siano spesso terreni nei quali le opinioni si solidificano in blocchi di granito che non possono essere scalfi ti mentre la dimensione deliberativa dei confronti va molto spesso a farsi benedire.

Questo testo è un abstract. Il testo completo di questo saggio è disponibile nel volume, in libreria dal 7 maggio 2014, per acquistarlo clicca qui.