Grillo e la strategia della sparata


Articolo pubblicato su Europa

Dimenticate il “sovversivismo delle classi dirigenti” in senso gramsciano, e sostituitelo con una forma di sanculottismo postideologico. Ed ecco materializzarsi l’incontenibile (e incontentabile, dal punto di vista elettorale) Beppe Grillo, che ha deciso di riprendere a suonare la grancassa e di ri-tarare il campaigning elettorale su uno degli evergreen del suo repertorio, da qualche tempo messo un po’ tra parentesi. Ovvero, la parte dello scassinatore di “caste”, corporazioni e, anche, di istituzioni. Quello contro tutto e tutti, senza se e senza ma, fino a esiti molto discutibili dal punto di vista della convivenza civile.

Questo tratto eversivo del grillismo si nutre innanzitutto di una sequenza di “revisionismi”: è la “versione di Beppe”, che rilegge cronaca e pure storia, mirando a épater les bourgeois per massimizzare i voti attraverso una serie di incursioni ambigue in terreni “di confine”. Una strategia volta a saggiare gli spazi (e la praticabilità in termini di conseguimento del consenso) di tesi e narrazioni politicamente scorrette. Si tratta della ben nota “sparata”, nella logica del “vediamo l’effetto che fa”, che costituisce uno degli svariati punti di contatto tra berlusconismo e grillismo, come si è cercato di mettere in evidenza in altre occasioni.

L’elenco dei ballon d’essai revisionisti è nutrito, ed è stato appunto rispolverato per la grande occasione delle prossime elezioni amministrative e, soprattutto, europee: le citazioni continue della mafia a cui tutto viene assimilato (cominciando, naturalmente, dai partiti); la massoneria; il discorso anti-tasse e anti-Equitalia (che, peraltro, coglie nel segno quando solleva il problema, in un paese in cui l’evasione fiscale è drammatica, di quei lavoratori autonomi contribuenti onesti – perché ce ne sono, e tanti – soggetti a un carico impositivo e a un prelievo fiscale eccessivi); il secessionismo filo-venetista (derubricato, dopo il sollevarsi delle proteste di tanti, a “federalismo”); la bruttissima (o «infame», come ha affermato il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Renzo Gattegna) provocazione del post su Primo Levi; l’epiteto «peste rossa» con il quale etichetta i sindacati.

Per finire (o iniziare?) con una delle bestie nere e bau bau per eccellenza del Movimento 5 stelle, i giornalisti. Beninteso (e purtroppo), il fastidio nei confronti di questa categoria professionale non costituisce certo una novità in politica, ma l’insofferenza nei suoi confronti (da ultimo ne è rimasto vittima il condirettore di Europa Federico Orlando) da parte dei dirigenti e militanti pentastellati raggiunge livelli parossistici, che finiscono per accomunarli a numerosi altri populisti rabbiosi nei confronti dei diritti e delle prerogative della stampa.

L’estrema attenzione e l’occhiuta sorveglianza sulla comunicazione interna fa infatti il paio con la continua e inaccettabile invocazione dei bavagli per “gli altri”, dalla gogna rappresentata dalla rubrica “il giornalista del giorno” sul blog del leader alla richiesta di «regole più rigorose» per l’accesso a Montecitorio di (sic!) «gruppi di pressione e stampa parlamentare», che ha suscitato la sacrosanta notazione della presidente dell’Asp Alessandra Sardoni, la quale ha ricordato come, fino ad ora, solamente il regime fascista abbia cacciato i giornalisti specializzati da quei luoghi istituzionali in cui svolgono nient’altro che il proprio lavoro.

En passant, va rimarcato anche come, evidentemente, il Movimento che rivendica la “democrazia diretta” non sia in grado (o non abbia voglia) di distinguere tra giornalisti e lobbisti. (E se volessimo dirla proprio tutta, potremmo aggiungere anche che sul lobbying pesa da noi una certa quota di ipocrisia, all’insegna della massima, scarsamente politologica, per cui “occhio non vede, cuore non duole”, al punto che si preferisce fare finta di niente anziché procedere normalmente e “banalmente”, come avviene in tutte le poliarchie, a normare e regolamentare alla luce del sole l’attività dei gruppi di pressione; ma questa, giustappunto, è un’altra storia…).

Grillo e Casaleggio avvertono il vento positivo, come confermano i numeri delle rilevazioni di opinione – verosimilmente da incrementare ancora con gli indecisi che, all’ultima ora, confluiranno sul Movimento 5 stelle, e con coloro che non dichiarano esplicitamente la propria preferenza pentastellata, reticenza che costituisce un fenomeno di lunga data per la sondoscopia italiana. Difatti, i due osano di nuovo, prendendo la piazza romana di san Giovanni per il comizio-show di chiusura della campagna elettorale, dopo il precedente dell’anno scorso quando il front-man del Movimento la riempì (le cifre divergono, ma l’effetto pieno era palese e di gente ce n’era davvero tanta). E il duo di imprenditori (anti-)politici prosegue così nella sua strategia di fare del M5S un partito pigliatutto di tipo postmoderno (o “2.0”, come ha detto recentemente Giancarlo Loquenzi).