Grillo divino Messia o nostro simile?

Il Messia secondo Tursi

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Il meccanismo di identificazione introiettiva con l’individuo dotato di una potenza straordinaria descrive solo parzialmente il rapporto fusionale di un gruppo con il proprio Capo. Storicamente ogni capo carismatico induce l’identificazione non solo perché è un superuomo, un essere divino, ma anche perché presenta tratti che permettono a ciascuno di riconoscerlo come suo simile, di riempiere la sua figura con i propri desiderata. D’altronde anche nella religione cristiana, Gesù, figlio di Dio e capace di miracoli, si presenta sulla scena come un nostro simile, umile figlio dell’uomo.
Questo meccanismo di identificazione proiettiva va messo all’opera e raffinato ulteriormente nel tempo delle reti digitali di comunicazione. In queste infatti si è espresso, continua a esprimersi e in parte viene anche soddisfatto un bisogno di protagonismo dell’uomo ordinario. Ben oltre il quarto d’ora di celebrità promesso da Warhol, oggi vogliamo una vita in pubblico ventiquattro ore al giorno e tutti i giorni. Vogliamo essere noi i protagonisti degli spettacoli che gli schermi ci rimandano. Dai reality show come il Grande Fratello alle pagine personali su Facebook, vogliamo essere i protagonisti di second lives mediali. Desideriamo che quegli schermi siano niente altro che specchi. Anche con il rischio di subire una narcosi da Narcisi postmoderni.
Grillo che si presenta come il campione delle reti digitali di comunicazione non poteva non prendere in carico questo bisogno di protagonismo ed elaborare una strategia utile a permette a ciascuno di sentirsi non semplice adepto del nuovo Messia ma attivo protagonista di un ampio piano di salvezza. Perciò Grillo ha dovuto lasciare spazio bianco a ciascun grillino. Uno spazio bianco come quello offerto grazie alla possibilità di commentare i post del suo blog. Possibilità utile a dare l’impressione che via sia una comunicazione diretta e bidirezionale con il leader e con tutti gli altri appartenenti alla comunità (uno-vale-uno). Ma a livello ancor più profondo Grillo ha giocato a presentarsi come non-leader, come semplice coadiutore di coloro che si riconoscono nel piano salvifico del Movimento. Come ha affermato un membro del Movimento: «Beppe non è il leader, ma ci ha svegliato, ha detto cose che non sapevamo, ha creato la Rete». Wake up! Questa è l’incitazione che si ascolta nella musica che chiude The Matrix, il film di Andy e Larry Wachowski che ha condensato ambizioni e preoccupazioni al passaggio di millennio.
Neo, il protagonista del film, è l’Eletto, il salvatore messianico, colui che deve venire. Ed è la posizione naturalmente occupata dal Messia Grillo. Ma Neo è anche Thomas Anderson, un uomo ordinario, un impiegato di una multinazionale. Questa posizione dunque può occuparla ciascuno di noi. Questa posizione deve essere disponibile per ciascuno. Per liberare questa posizione Grillo si è spostato o meglio si è sdoppiato ed è diventato anche Morpheus, il capo dei ribelli che va alla ricerca dell’Eletto. Morpheus incontrando Neo gli offre una pillola rossa necessaria a svegliarlo, a renderlo libero di conoscere la verità e di guardare in faccia il deserto del reale perché sinora «sei vissuto in un mondo onirico, il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità». E bisogna ricordare che Gesù risponde alla domanda «sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» iniziando a elencare i miracoli compiuti proprio dalla restituzione della vista ai ciechi.
Ecco cosa è Beppe Grillo per ciascuno dei suo seguaci: contemporaneamente l’Eletto e colui che permette a ciascuno di essere il fautore del proprio destino, di essere a sua volta un eletto. Per fare questo, per ricoprire questi diversi ruoli, Grillo non poteva certo essere un eletto qualunque seduto su uno scranno in Parlamento tra leaders consumati e peones impreparati. Anzi doveva restarne fuori e dare la possibilità, la pari opportunità a tutti i seguaci di essere eletti onorevoli o senatori. La salvezza dell’umanità dall’apocalisse si è risolta in un’iniezione di fiducia e speranza per gli uomini ordinari di diventare essi stessi fautori del proprio destino. In Grillo We Trust si compone perciò con We Can. Attraverso la via tortuosa e anche pericolosa del piano di salvezza dalla catastrofe in atto, Grillo ha saputo risvegliare con il suo ballo dionisiaco gli ordinari uomini della folla dall’apatia e dall’ignavia in cui la Seconda Repubblica li aveva cacciati. Di questo i partiti tradizionali devono tenere conto superando l’impermeabilità e l’autoreferenzialità delle loro classi dirigenti. Gli elettori di Grillo ci sono e vogliono restare svegli. Si tratta di capire se sarà ancora lui a farli di-vertire e ad assicurarsi così la vittoria sulla scacchiera della politica italiana o se ci sarà spazio e modo per un diverso impegno di ricostruzione del nostro dissestato sistema istituzionale e del nostro sfilacciato tessuto sociale.

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