Grillo contro Grillo

La U dell’Alfabeto nell’Inserto 1 del quotidiano diretto da Giuliano Ferrara

il foglio testata 22-01-2014

Il Foglio pubblica un’ampia sintesi del saggio sull’Unione Europea in cui Andrea Garnero leggendo il programma del M5s ha scoperto scoprire schizofrenia e contraddizioni del suo assalto all’Europa.

In questo clima poco simpatetico verso l’euro che alcuni accusano di aver causato la crisi, altri di non averci difeso a sufficienza, si inserisce il Movimento 5 stelle. Il tema europeo, soprattutto in chiave negativa, è stato sullo sfondo della piattaforma politica del M5s fin dagli albori. Già nel lontano 1998 Beppe Grillo, mentre tutti festeggiavano l’entrata nella moneta unica, urlava nei palazzetti: “Odio l’Europa con tutte le mie forze. Non ci hanno chiesto il permesso: mai votato. E’ il Soviet, e la spacciano per Paradiso”. Ma, poi, nella primavera del 2013, in un’intervista alla Bild am Sonntag diceva: “Sono un convinto europeo, voglio un’Europa unita che sia moderna, parli una lingua comune e non undici diverse come nel Parlamento europeo”. Nelle rivendicazioni iniziali del Movimento non era il tema portante. Partiti anti euro si sono presentati a numerose elezioni, ma senza alcun risultato. Nel programma del M5s per le elezioni politiche del 2013, l’Unione europea e l’Europa non sono mai citate. Le posizioni euro ostili pullulavano nei forum online, invece. L’inizio del 2014 e l’avvicinarsi della campagna elettorale hanno permesso a Beppe Grillo di esplicitare chiaramente il suo pensiero.

I 7 punti programmatici
Presentando questi punti, ecco quanto scriveva Grillo lo scorso gennaio sul blog: “Cosa sa un italiano dell’Europa, della Ue, della Banca centrale europea, a parte i luoghi comuni? Ci sono degli europarlamentari italiani a Bruxelles? Certo, tra cui Mastella, ma nessuno sa cosa fanno, di cosa si occupano. Neppure sa chi sono. L’Europarlamento è come un Grand Hotel in cui si alloggia fino alla prima opportunità elettorale in Italia, come successe per D’Alema, o un sontuoso cimitero degli elefanti di politici trombati e di seconde file. La comunicazione dei lavori europarlamentari è del tutto assente. Alzi la mano chi può tracciare un bilancio minimo dei lavori dello scorso anno. Non si discute mai di Europa, ma solo di euro che dovrebbe rappresentare l’economia europea nel suo insieme, ma che ormai non rappresenta più nulla. L’Europa è un comodo alibi. ‘Ce lo chiede l’Europa’ è un mantra per coprire qualunque stronzata, dal Fiscal compact al pareggio di bilancio in Costituzione. Chi è questa Europa, mitica e lontana, che ci invia i suoi messaggi per bocca di Napolitano e della coppietta di pappagalli Capitan Findus Letta e Renzie? Fuori un nome. Chi decide cosa e perché sulle nostre teste? Siamo in preda a un’allucinazione collettiva che ha trasfigurato una Banca centrale europea e la burocrazia in un ideale di Europa che non esiste. Governati a livello nazionale da banchieri e burocrati che usano primi ministri come portaborse e camerieri. Le decisioni prese in Europa hanno effetti devastanti sul futuro delle prossime generazioni, nel bene così come nel male, ma nessun cittadino europeo può interferire, spesso non ne è neppure a conoscenza. L’Europa sarà politica o non sarà. Sarà partecipativa o non sarà. L’Europa non è un frullatore di nazionalità per renderle omogenee. Questo è un disegno destinato al fallimento. Un esercizio impossibile. Non siamo gli Stati Uniti d’America con popolazioni eterogenee in cerca di una nuova Patria, ma popoli con tradizioni e civiltà millenarie. Quest’Europa così invocata e così assente si è trasformata in una moderna dittatura che usa i cerimoniali democratici per legittimare se stessa. Il Movimento 5 Stelle entrerà in Europa per cambiarla, renderla democratica, trasparente, con decisioni condivise a livello referendario. Oggi la Ue è un Club Med infestato dalle lobby”. 
Anche sul tema dell’Unione europea Grillo e il M5s portano rivendicazioni comprensibili sul funzionamento e sulla democraticità dell’Ue condite da un po’ di immancabile complottismo. I burocrati, le lobby, il Parlamento Grand Hotel sono dei grandi classici della retorica antieuropeista. La distanza, la scarsa mediatizzazione dei lavori dell’Unione e la relativa tecnicità aiutano a pensare che l’Europa sia in mano a Bilderberg o agli gnomi della finanza.

Concretamente come vuole cambiare l’Europa il M5s? La linea ufficiale è stata delineata nei sette punti programmatici che Grillo e il M5s hanno proposto al V-day del 1° dicembre 2013: i) referendum per la permanenza nell’euro; ii) abolizione del Fiscal compact; iii) adozione degli Eurobond; iv) alleanza tra i paesi mediterranei per una politica comune, v) investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3 per cento annuo di deficit di bilancio; vi) finanziamenti per attività agricole finalizzate ai consumi nazionali interni; vii) abolizione del pareggio di bilancio.

Da questi sette punti si percepisce immediatamente una tensione, alcuni dicono una contraddizione, nel pensiero del M5s e di Grillo tra un sentimento no-euro radicale e un approccio riformatore europeista, non dissimile da quello di altri partiti tradizionali. I sette punti programmatici mostrano una forte tensione tra idee opposte e ancora una volta non è facile capire cosa pensi esattamente Grillo. Il referendum sulla permanenza nell’euro (si suppone per votare no, altrimenti perché promuoverlo?) è in contraddizione con l’adozione degli Eurobond (titoli di debito comuni all’area euro o comunque contraltare politico allo strumento monetario della moneta unica) e anche con lo scorporo degli investimenti dal deficit, criterio richiesto ai paesi dell’Eurozona. A differenza di altri, il M5s non esplicita la richiesta di sforare il tetto del 3 per cento, ma fa sua la battaglia per una maggiore flessibilità portata avanti dal 2012 dai governi degli arcinemici “Rigor Monti” e “Capitan Findus Letta”. Il punto quattro, che richiama i sentimenti antitedeschi,  ricorda un po’ l’idea più elaborata di un’alleanza tra Italia, Francia e Spagna per un’Europa diversa portata avanti da “Valium Prodi”, certamente non un anti euro. Al punto sei, poi, sembra chiedere addirittura un bilancio europeo più significativo per permettere finanziamenti ad attività agricole per i consumi nazionali. Questa contraddizione nel programma politico per l’Ue è una conferma che il M5s è un partito o movimento patchwork in cui varie anime possono trovare risposte, dai complottisti ai semplici insoddisfatti, dagli anti euro a più miti riformatori.

La proposta principale che da mesi fa discutere è quella di un referendum sulla moneta unica. Basterebbe un riferimento all’articolo 75 della Costituzione italiana per risolvere la questione: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. In realtà alcuni dentro il Movimento sostengono che si possa usare un precedente del 1989, quando con una legge apposita – con il consenso trasversale dei partiti – fu indetto un referendum consultivo (la Costituzione prevede solo referendum abrogativi o confermativi) per decidere se conferire o meno mandato costituente al Parlamento europeo. Il referendum che propone il M5s però è chiaramente abrogativo, dato che l’euro ormai è stato adottato. Altri, poi, fanno notare come i Trattati europei non prevedano il recesso dall’euro e questo comporterebbe probabilmente l’uscita in toto dall’Unione europea.

Ma lasciando le dispute giuridiche ai costituzionalisti: cosa succederebbe con un referendum sull’euro o proprio con un’uscita dalla moneta unica? Dato che la nuova lira sarebbe sicuramente svalutata rispetto all’euro (questo è un obiettivo esplicito per rilanciare la competitività e le esportazioni) scatterebbe all’annuncio stesso del referendum una corsa agli sportelli degna di Mary Poppins per ritirare l’euro forte prima che diventi lira debole. Questo significherebbe il collasso del sistema bancario, lo stato dovrebbe imporre limiti ai prelievi e alla circolazione del capitale con un impatto devastante sull’economia reale.

Cosa poi succederebbe uscendo dall’euro è difficile prevederlo con precisione dato che sono pochi i precedenti storici e ogni paese fa storia a sé. Probabilmente si comincerebbe con una modifica dei trattati, in seguito partirebbe una negoziazione serrata sui termini per l’uscita e la preparazione del ritorno alla lira dal punto di vista tecnico. Questo richiederebbe comunque un tempo lungo nel corso del quale il governo italiano sarebbe escluso dai mercati finanziari internazionali che non presterebbero in tale situazione di incertezza  e sarebbe necessario un ulteriore blocco ai prelievi e alla fuga dei capitali restanti dopo quelli già fuggiti in seguito all’annuncio. Chi ha parlato seriamente di uscita dall’euro ha sempre immaginato che si faccia nel corso di un weekend, a mercati e banche chiuse. Tecnicamente complicato, ma l’unica via possibile per evitare il collasso totale che si avrebbe con mesi di dibattiti sul referendum e sulla rinegoziazione conseguente.

Non siamo neanche sicuri che la nuova lira comporterebbe un vantaggio per l’economia reale: l’Italia è fortemente dipendente dall’estero per la fornitura di materie prime che diventerebbero più costose con una lira debole. Inoltre, i lavoratori, anticipando che la nuova valuta avrebbe un potere d’acquisto inferiore rispetto all’euro, richiederebbero aumenti di salario per compensarlo. Infine, i paesi che continuassero ad adottare l’euro potrebbero trovare sleale la volontà italiana di rendere più competitive le proprie merci con la svalutazione. A punizione di questo comportamento, essi potrebbero introdurre nuovamente tariffe e contingentamenti sull’export italiano, così annullando di fatto l’effetto pro competitività della svalutazione. Alla fine del percorso l’Italia rischierebbe di trovarsi fuori dall’euro, fuori dall’Unione, con una moneta debole, un sistema finanziario collassato e senza aver ancora risolto i suoi problemi di fondo: la spesa continuerebbe a salire, la produttività a scendere e il debito a riaccumularsi. Altro che Eurobond, scomputo degli investimenti dal 3 per cento o finanziamenti per attività agricole. Il referendum è la bomba atomica che non può essere sganciata.

Dove sedersi nel Parlamento europeo? I sette punti programmatici mostrano una volta di più come il M5s sia un unicum nel panorama politico europeo. Se da una parte vuole uscire dall’euro (o per lo meno proporre un referendum) dall’altra chiede più Europa. Gli euroscettici “standard” rifiutano tutto il pacchetto europeo e vogliono solo il rimpatrio di tutti i poteri ceduti a Bruxelles. Lasciando perdere l’ultradestra di Marine Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda o Alba Dorata in Grecia, Nigel Farage – leader del partito indipendentista britannico Ukip – non chiederebbe mai gli Eurobond. I Veri Finlandesi vogliono ridurre i contributi all’Europa, altro che aumentarli per difendere l’agricoltura nazionale.

La legge elettorale italiana permetterà al movimento di avere un’ampia rappresentanza parlamentare a Strasburgo. Ma dove collocarsi? Non sarà facile data l’unicità del M5s che abbiamo descritto prima. Il Partito democratico, che pur si inserisce più facilmente nella famiglia progressista europea, ha discusso a lungo se stare dentro il Pse o meno. A Strasburgo non si può creare un gruppo autonomo a 5 stelle perché servono almeno 20 deputati provenienti da un quinto dei 28 stati membri. Il M5s deve trovare quindi almeno altri 5 partiti gemelli. Non sarà così facile. Non lo era già stato nel marzo 2013 quando i parlamentari del Movimento non sapendo se mettersi a destra, sinistra o al centro si sedettero in alto, per “poter controllare il lavoro dei partiti”. Lo stesso dilemma si riproporrà nell’emiciclo di Strasburgo. Escluse in partenza le famiglie più grandi dei popolari e dei socialisti, ma molto probabilmente anche gruppi della sinistra, dei verdi e dei liberali, tutti abbastanza pro europei e composti da partiti tradizionali. Rimangono i due gruppi euroscettici: il primo guidato dai Tories inglesi dopo l’uscita un po’ a sorpresa dai popolari europei si chiama “Alleanza dei conservatori e riformisti europei” che include anche il partito polacco molto conservatore Legge e Giustizia dei gemelli Kaczynski. E poi il gruppo Eld, Europa della Libertà e della Democrazia, di fatto l’estrema destra del Parlamento europeo, composto dagli irriducibili anti-euro e anti Ue, tra cui la Lega Nord e Io amo l’Italia di Magdi Allam, ma soprattutto il UK Indipendence Party di Nigel Farage nel Regno Unito e i Veri Finlandesi di Timo Soini. Questi due raggruppamenti garantirebbero lo spirito anti euro e “diversamente europeista” ma significherebbero anche un chiaro posizionamento a destra, a volte molto a destra, che finora il M5S si è ben guardato dal voler fare. Il salto europeo comporterà anche questa scelta non secondaria per la maturità del Movimento.

Lo stesso articolo sul sito del Foglio.

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