Esegesi di un successo

Economisti, docenti e giornalisti analizzano le parole chiave della comunicazione utilizzata dall’ex comico genovese. La “legge del blog” e il potere invisibile

Corriere-della-Calabria

Se le parole ancora conservano un senso, allora è da lì che occorre partire per comprendere certi fenomeni politici apparentemente irresistibili come il Movimento 5 Stelle. Ed è questa la via scelta dagli autori del libro Alfabeto Grillo, edito da Mimesi e curato da Marco Laudonio e Massimiliano Panarari, che hanno chiamato a commentare le parole chiave della comunicazione dell’ex comico, ormai diventato leader politico, alcuni studiosi della comunicazione, economisti, giornalisti e docenti e tra loro anche un calabrese, Antonio Tursi, esperto di Teoria della comunicazione e di Filosofia politica. Un’opera che è una scansione severa del patrimonio orale della ancora breve storia del grillismo, e che si colloca tra i libri da tenere accanto se ci si vuole districare dentro il variegato universo dei messaggi lanciati come sassi, destinati a creare clamore, spesso a tramontare presto per essere sostituiti da altri segni, nuovi aggettivi, roboanti neologismi. Il fatto è che la modernità della politica ha mutato ogni cosa e oggi le parole, soprattutto quelle di Grillo, sono come i programmi dei vecchi partiti: per capire cosa essi fossero, cosa volessero, occorreva leggerli. Oggi le parole sostituiscono i programmi, i quali esigevano lunghe riflessioni, riunioni partecipate, decisioni collettive. La parola invece ha la rapidità dello slogan, l’efficacia dell’invettiva, la semplicità che elude ogni forma di complessità. Così l’idea stessa di democrazia si spoglia di condivisone e si riduce al click del mouse per dire Sì o No alla proposta, mancando però del tutto la costruzione plurale della proposta stessa. L’esclusione della fatica della politica avendo in cambio l’illusione della scelta popolare.
Il libro affronta alcune delle tematiche di maggiore presenza nel dibattito che Grillo è riuscito a imporre nell’orizzonte della politica, come l’idea dell’ambiente, della decrescita economica, il tema della Costituzione e della democrazia diretta, senza dimenticare il mito della rappresentanza, passando ovviamente per il concetto di ideologia e del superamento immaginario di idea di destra e di sinistra, fino all’essenza messianica che avvolge Grillo nella visione che di lui hanno i militanti adepti. Il luogo dove queste parole – studiate sotto la lente severa della critica dagli autori del libro – trovano la loro epifania è il tempio per eccellenza, il blog dal quale il leader parla al suo popolo. Ed qui che si svela quel che già altrove era stato spiegato e cioè che Grillo usa la Rete spogliandola della sua essenza principale, che è la interazione immediata. Lui invece pubblica ma mai replica ai commenti, mentre quelli sgraditi vengono rimossi, condannati alla non esistenza. Una sorta di televisionizzazione di Internet, dove la comunicazione è unidirezionale. E come rileva Laudonio nemmeno i parlamentari sfuggono a questo amaro destino di comprimari assoggettati, perché devono pubblicare solo sul blog, e dopo l’approvazione del capo, mentre se scelgono altri media vengono cacciati dalla chiesa partito. Una sorta di panopticon, metafora del potere invisibile dal quale Grillo tutto vede e controlla, senza essere lui stesso sottoposto ad alcuno sguardo. Una visone che fa venire in mente il luogo di controllo sociale perfetto descritto da Foucault in “Sorvegliare e punire”. Alla fine della lettura del libro, che pur se realizzato da più mani conserva una straordinaria omogeneità, si resta colpiti dall’assenza di novità dentro le parole di Grillo, che nell’attacco agli avversari, nella separazione tra “noi e loro”, tra onesti e banditi, tra il nuovo declinato in modo più sofisticato e il vecchio che è sempre nel terreno nemico, non inventa nulla, ma rivisita in chiave spesso spettacolarizzata antichi stereotipi della politica nazionale.

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