E’ la R di rabbia che domina l’alfabeto dei Cinquestelle

Non è un istant book, né un libro con un orientamento ideologico di partenza. Piuttosto uno studio comparato che prova a guardare nell’eterogeneo e importante fenomeno pentastellato.

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Rabbia, indignazione, voglia di cambiamento. Era il messaggio, diffuso via streaming, che emergeva da piazza San Giovanni il 22 febbraio del 2013, quando Grillo lanciava la propria sfida elettorale alle politiche dei giorni seguenti. Un momento della nostra storia recente che è alla radice di Alfabeto Grillo. Dizionario critico ragionato del MoVimento 5 Stelle, il volume curato da Marco Laudonio insieme a Massimiliano Panarari (Mimesis edizioni, Milano, 201 pagine, 13 euro) con il contributo di diciannove autori. «Non è un istant book, né un libro con un orientamento ideologico di partenza. Piuttosto uno studio comparato che prova a guardare nell’eterogeneo e importante fenomeno pentastellato» spiega Laudonio. Il ritratto che ne deriva è quello di un movimento che si descrive più agevolmente attraverso le categorie storico-sociologiche che non quelle politiche, un partito nonpartito con un’identità postmoderna o post-postmoderna, premoderna e neo-medievale, fondamentalista e visionaria, integralista e intransigente eppure fluida, liquida, con un leader non-leader carismatico e collerico. Ma allo stesso tempo “apolare”, come ci spiega Laudonio attingendo alla chimica, destinato a rimanere tale in assenza di una vita politica interna, senza feste di partito o altre occasioni di incontro.

Con un elettorato in fuga da altri partiti, un po’ più maschile, un po’ più istruito, composto un po’ più di giovani adulti rispetto ad altre formazioni tradizionali e che si è ormai consolidato intorno ad un significativo 20%. Colpiva, per tornare allo scenario di piazza San Giovanni, la scelta della sinistra che per il comizio finale aveva preferito la sala del teatro Ambra Jovinelli, nel quale pareva essersi rifugiata in attesa di quell’onda del 25% che avrebbe registrato il MoVimento al suo primo apparire nell’arena della competizione politica nazionale. Ma il Pd, nonostante i suoi ancora solidi rapporti con il territorio, aveva solo tardivamente compreso il fenomeno Grillo. Così come, alla stregua degli altri partiti, aveva sorprendentemente sottovalutato le potenzialità offerte dalla rete: «In Italia – scrive Laudonio nell’introduzione – la politica ha continuato a guardare alla società e a parlargli solo con glí strumenti del ’900: dai giornali (specie a sinistra) alla tv (a destra)». E tuttavia emerge un paradossale uso televisivo della rete da parte del MoVimento e di Grillo in particolare «con una comunicazione per lo più dall’alto e a interazione limitata», sottolinea Marco Pacini nel suo contributo. Né il web può diventare garanzia di partecipazione visto che il rischio del digital divide è reale in un paese al quarto posto fra quelli in Europa in cui la popolazione non ha accesso al web.

Scrive a questo proposito Carla Bassu: «Il rischio è di discriminare indirettamente, escludendoli dal circuito della partecipazione politica, i soggetti più deboli, come avvenuto in passato quando i criteri di censo e alfabetizzazione rappresentavano requisiti di accesso ai diritti elettorali». Mancano nel volume (concepito come un’opera aperta attraverso il sito www.alfabetogrillo.it) alcune lettere fra cui, lo esplicitano gli autori, la “g” di “genere”.

La “e” di “esclusione digitale” avrebbe forse meritato una seconda voce, quella relativa all’economia. Ma per concludere torniamo all’inizio, alla lettera “a” come “ambiente”, una chiave che «aiuta come poche altre – lo spiega Marco Fratoddi nella sua analisi – a comprendere la fisionomia del MoVimento ». La prima stella che compone il simbolo, d’altro canto, rappresenta l’acqua pubblica, la seconda la mobilità sostenibile, la terza lo sviluppo e le ultime due la connettività e l’ambiente. Come dire: gli assi portanti di una politica ambientale che voglia dirsi davvero di rottura. Ma l’ostilità verso la casta, come si è visto anche nel recente dibattito in aula sulle riforme, il rancore di fasce sociali segnate dal precariato che non trovano rappresentanza nemmeno nei sindacati, rimane il tema portante della narrazione “gridata” dal Movimento.

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