Cambiare il lessico politico. Soprattutto dopo il voto

Dopo l’ubriacatura dei dati, l’importante test europeo e l’assestamento successivo ai pochi ma importanti ballottaggi, abbiamo letto una cifra di note e commenti. Molti condivisibili , alcuni costruiti su questioni cogenti, effettivamente divisive, come il futuro dell’Europa, un problema “camuffato” dai discorsi generici sull’Euro ma che è stato giustamente percepito come tema cruciale e in qualche misura “nuovo” per la polarizzazione che determina. Oppure le diverse proposte che i candidati alla guida di città e regioni mettono in campo al cospetto dei propri competitori. Queste non sono cattive notizie, dopo venti anni di chiacchiere di e su Berlusconi.

Ciò nonostante, ricorderemo questa primavera per la trasfigurazione verso un discorso politico purulento e velenoso: ci rimarranno clip di pura schizofrenia estratte dai talk shows degli ultimi giorni, dove i commentatori in grado di fare un ragionamento si sono trovati spesso marginalizzati e mortificati dai professionisti del turpiloquio. Non è un problema, intendiamoci, di politically correct,posto che, in ogni caso, un minimo di accordo su cosa è scorretto in politica, in un paese regolato da decine di migliaia di leggi, forse non sarebbe disdicevole. Finchè c’è qualcuno disposto a guardare, i caciaristi sono liberi di sparare quel che vogliono. Per carità.

Chi si candida a cambiare il paese dovrebbe tuttavia fare uno sforzo per superare questo strazio. Se prima delle elezioni le diverse posizioni possono essere semplificate attraverso espressioni trancianti e giudizi di valore anche molto netti nei confronti degli avversari, colpiscono la strumentalità e la superficialità delle parole scritte e pronunciate dai protagonisti dopo il voto. Queste rappresentano un problema anche maggiore, perché testimoniano la presenza di autentici complessi: sindromi da accerchiamento o da irrilevanza che incattiviscono gli attori, fino a fargli dimenticare il rispetto dei più elementari principi di competizione.

Un esempio: il contegno di alcuni vincitori nella competizione uninominale. Ho sentito molti esponenti del centro-sinistra e del PD gioire per la crisi strutturale del campo tradizionalmente avverso, mentre qualcuno enfatizza il magro bottino del Movimento Cinque Stelle (un comune maggiore, e pochi altri nella fascia dei comuni piccoli, per arrivare ad un totale di 19 amministrazioni conquistate ad oggi) con degli sfottò.  Io penso che si dovrebbe dire che chi vince due amministrazioni quando non ne aveva alcuna ha vinto qualcosa. Basta.

Un altro esempio. Ha colpito molti la verve destrorsa del neo-eletto sindaco di Padova, Bitonci. È opinabile che una strategia tutta all’insegna della rimozione (mandiamo a casa i comunisti) già sentita a lungo in questo paese, sia davvero un modo per innovare il messaggio politico. Però, se questo serve a chiarire anche a livello locale quello che la Lega sta facendo in Europa, cioè scegliere slogan, piattaforme e strategie tipiche della destra estrema  nazionalista, dimenticando le tradizionali pulsioni federaliste che probabilmente non pagano più, ben venga. Rivedrei tuttavia la frase seguente: “ripuliremo la città”. Se si intende fare una buona politica di raccolta e riciclo dei rifiuti forse il “ri” è superfluo. Se vi fosse invece nell’espressione qualche richiamo alla pulizia morale (assumo che un liberale come Bitonci non abbia velleità di pulizia di tipo etnico!) non è compito del sindaco applicare quella legge che già esiste al riguardo, e quelle che auspicabilmente potrebbero rafforzare  l’azione anti-corruzione e magari re-introdurre pene serie contro il falso in bilancio, abolito se non ricordo male grazie alla Lega Nord. In ogni caso, da un sindaco non mi aspetto azioni di ripulitura. Mi aspetto azioni pulite e disinteressate, il che è diverso.

Un altro esempio. Si sente dire, da parte di alcuni vincitori nelle competizioni maggioritari, l’espressione “abbiamo convinto gli elettori”: specie quelli che guardano il bicchiere mezzo pieno di un messaggio passato in contro-tendenza, affermano di aver battuto la continuità e la stupidità di elettori sciocchi che nelle vicinanze o nel resto del paese votano male, se non sono addirittura complici dei “cattivi”. Ora, posto che dobbiamo tutti considerare che un esito di alternanza sarà probabilmente più frequente in futuro solo per il semplice motivo che la partecipazione elettorale rimarrà instabile e colpirà soprattutto elezioni amministrative e ballottaggi, dobbiamo misurare i nostri giudizi. La scarsa partecipazione non è di per se un “pericolo per la democrazia” (altra espressione veramente abusata in questa fase) e soprattutto non inficia la legittimità di chi è chiamato a governare, ma quando si dice “ho convinto gli elettori” si dovrebbe tener conto di quanti sono quelli davvero convinti. Insomma, ci si deve chiedere perché si può vincere senza convincere troppo. Porta buono a tutti.

Poi ci sono le espressioni ai limiti della paranoia. Qui posso fare esempi della cronaca locale che ho letto da ultimo in Toscana, la mia regione. Si sa che noi toscani siamo un poco sgarbati, ma ripeto, non è un problema di forma. Anzi, nei limiti della norma è legittimo far arrivare messaggi forti, specialmente in fase pre-elettorale. Per esempio, un messaggio tipo “mandiamo a casa questo briccone”, come si direbbe nel Mid-West americano a proposito di un certo sceriffo o di un deputato, oppure, un messaggio tipo “il nostro territorio non cederà alla destra”, se si ritiene che la cultura politica progressista sia ancora prevalente. Altra cosa è affermare che siccome non hanno votato i più (apparentemente) informati, o si è eroso il consenso “bello” dovuto ad una antica affinità culturale, il voto degli incivili ha finito per prevalere. Ho letto una siffatta interpretazione in chiave di “basso quoziente di intelligenza” degli elettori in qualche maldestra affermazione di esponenti PD, nel commento degli esiti sorprendenti delle elezioni a Livorno (ma un caso da studiare, lo dico per i non Toscani, è quello di Colle di Val d’Elsa, assolutamente “croccante” per come sono nati i due schieramenti sfidatisi al ballottaggio). Per altro, riscontro nella cronaca relativa a questi ed altri comuni l’uso continuo, da parte dei sostenitori dell’alternativa, dell’espressione “liberazione”. Ora, siccome le parole sono importanti, o ci si libera da personalità non gradite (e di nuovo, i fenomeni di rimozione forzosa li lascerei al nostro passato) o ci si libera da un “regime” che vietava le libertà. Ma se siamo in continuità di regime, l’atteggiamento dei protagonisti (e in qualche misura degli osservatori) deve essere coerente: la lunga della gestione politica precedente si deve spiegare con la insipienza della propria parte politica, prima ancora che con qualsiasi forma di irresponsabilità o di gestione clientelare da parte dei “bricconi”. Non compiere questa operazione, passata l’elezione, significa non solo considerare i cittadini degli idioti, ma anche millantare pratiche che non si è avuto il coraggio di denunciare prima e in definitiva oltraggiare proprio quel senso di alternanza democratica che deve essere una misura obiettiva del grado di cambiamento politico gradito dalla cittadinanza.

Voglio però chiudere con una espressione felice. Quella del nuovo sindaco di Livorno dopo il balzo (dal 19% al 53% del consenso) che gli ha schiuso le porte del governo della città: “a vincere  - ha detto – non è stato solo il M5S ma i cittadini di altre liste, soprattutto quelle non partitiche, che si sono mobilitati per una proposta di rinnovamento”. In mezzo alla lista dei consueti improperi da parte di molti esponenti del movimento, e alla reiterata invocazione dei brogli elettorali, mi sembrano parole che rappresentano una testimonianza di buon senso da registrare con attenzione.

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