Alfabeto Grillo – Una bolla di noia rassegnata

Il leader Cinquestelle è il volto tragicomico di un’Italia arrabbiata e disperata. Ma non è l’aria prima della rivoluzione, semmai è il clima che la segue.

In fondo, l’anatema più sintetico e terribile che Beppe Grillo abbia scagliato contro i politici italiani è questo: voi siete fuori dal tempo. Se da un lato non è certo la prima volta che nella vicenda nazionale si imponga il clivage vecchio-nuovo, è certamente inedito il fatto che dal punto di vista elettorale ciò si sia connotato come il vero discrimine fra un soggetto – il MoVimento 5 Stelle – e tutti gli altri. Il (presunto) nuovo contro il (presunto) vecchio. Nella grande scia storico-psicologica apertasi con la crisi di Lehman Brothers, e nel vento italiano striato di arancione e rottamazioni varie, il grillismo è diventato come la picca alla quale infilare la testa del vecchio sistema (d’altronde i riferimenti a miti e simboli della Rivoluzione francese si vanno sprecando: e la picca rende l’idea).

L’esito è noto, e conforme alla dicotomia dell’uno contro tutti: uno solo ha vinto e tutti gli altri hanno perso. Ergo, Grillo non ha vinto sull’idea di futuro. Sulle proposte. Non si può credere che abbia conquistato tutti quei voti – 1 italiano su 4 – sulle peraltro vaghe idee sulla decrescita felice e neppure, pur cogliendo qui consensi soprattutto fra i giovani, sulla mitizzazione della democrazia diretta via web (ma sulle suggestioni rousseauiane torneremo). No, il M5S ha saputo collocarsi al punto esatto della crisi della politica europea e italiana criticando la ristrettezza di vedute della classe politica italiana proprio in quanto incapace di rappresentare questo tempo. Se, come ha detto Carlo Freccero, Grillo «è un ibrido fra vecchio e nuovo», nell’immaginario collettivo è passata la percezione che è il nuovo e basta.

In questo senso dunque è giusto dire che la sfida Grillo l’ha vinta proprio sul piano della critica dell’anacronismo delle analisi, dei linguaggi, delle pratiche e dei programmi della politica tradizionale. Il fatto però che egli non abbia chiaro cosa sostituire al vecchio che muore, non ponendosi affatto il problema principale della politica, cioè la conquista del potere, lo condanna a restare mera testimonianza della crisi della politica e non attore della sua soluzione.

Quando la politica – un movimento, un partito – non si pone l’obiettivo generale della conquista del potere (qui e ora, della conquista democratica di posizioni di governo) è facile che sul terreno rimangano parole, immagini, slogan, comizi: tutti fattori comunicativi sui quali Grillo si è dimostrato eccezionale. Lo spirito del tempo, si potrebbe dire, ma post-berlusconiano (ed è stato ancora Freccero a notare come “oggi Grillo fa col web quello che Berlusconi faceva con le tv”), non posticcio e finto, cioè, non da studio tv ma da piazza. Avendo i due in comune, tuttavia, l’appello al “popolo”. «Il popolo, immaginato come unità sociale omogenea, è considerato la fonte di tutti valori positivi. Son considerati invece come potenziali ‘nemici del popolo’ non solo le oligarchie politiche, economiche e finanziarie, ma anche tutti i soggetti considerati estranei al popolo», si è giustamente osservato.

Questa visione si riconnette, anche se a prima vista non parrebbe, ad una antica tensione individualistica, che diremmo molto novecentesca. L’esaltazione del popolo, in contrapposizione alle “oligarchie”, e se vogliamo alle grandi centrali informative (i giornali) e politiche (i partiti, i sindacati), alle istituzioni sovranazionali (l’Europa), insomma a tutto ciò che viene giudicato non controllabile, culmina nel mito dell’“uno vale uno” – semplificazione democraticista fra l’utopistico e il reazionario – e non ha nulla di progressivo e di collettivo.

In questo senso certi atteggiamenti del movimento grillino, a partire dalla aggressività e dall’uso del turpiloquio (in fondo l’esplosione è stata col “Vaffa day”) ricordano qualcosa delle pulsioni post-Prima guerra mondiale, dall’Action française al primo fascismo: vitalismo, individualismo, critica radicale delle classi dirigenti. In nome del popolo. Era lo spirito del tempo, anche allora. Lo spirito di un tempo di crisi morale, oltre che economica.
Si è scritto anche che «il populismo si afferma nei momenti di trasformazione che generano squilibri negli assetti istituzionali o economici.

Il più semplice di questi squilibri in campo politico-istituzionale si ha quando nel sistema della rappresentanza politica si crea un vuoto». Questo è vero e non è vero. Il movimento dell’Uomo qualunque, tante volte richiamato proprio come possibile “antenato” di Cinque stelle, non nacque nel “vuoto” ma al contrario in una situazione probabilmente unica di “affollamento” di soggetti politici e di moltiplicazione massima dell’offerta politica (d’altronde era la stagione del ritorno alla democrazia e non poteva andare diversamente). La spiegazione del “vuoto” dunque è certamente necessaria ma non sufficiente a spiegare un exploit clamoroso come quello del M5S. C’è qualcosa di più, che la politologia non riesce da sola a spiegare. E che ha persino a che fare con un sentimento addirittura mondiale. (…)

Ed è inutile negare che in questo tempo nevrastenico Grillo siamo un po’ tutti noi o, noi che ci alziamo la mattina e già imprechiamo contro un lavoro demotivante (e figuriamoci quelli per i quali il lavoro è una chimera), contro il padrone di casa, contro l’autobus pieno, le vacanze che costano troppo, contro la stanza un tempo tutta per noi che adesso è diventata tristissima, contro la banca che deruba, la vita cara, un tempo sempre uguale e sempre diverso, cioè peggiore.

Grillo insomma è il volto tragicomico di un’Italia infastidita, anzi arrabbiata, furente, disperata. Ma non è l’aria prima della rivoluzione, semmai è il clima che segue la rivoluzione, paradossalmente una bolla di noia rassegnata, proprio come scrisse Baudelaire della sua Francia dopo le barricate del ’48. L’impressione è che Grillo non sia il 1848, e nemmeno il 1968, non sia la Rivoluzione (meno che mai la riforma) ma il Riflusso. (…)

Ecco, questa Italia del no, questa Italia contro, ha trovato la sua rappresentanza politica. Per fare cosa non è chiaro, ma intanto “mandiamoli via, poi si vede”: quante volte abbiamo sentito questa frase risuonare ovunque, dalle stradine di periferia ai borghi sperduti di questo incredibile paese? Tutto questo – o perlomeno molto di questo – era venuto avanti da tempo. Che l’indignazione in versione italiana stesse crescendo era abbastanza chiaro. Ma che potesse incontrarsi con un soggetto politico nuovo, questo è stato visibile da pochi mesi. E tuttavia questo non spiega come sia stato possibile che l’unico partito che ha ancora rapporti permanenti e sufficientemente solidi con la società italiana, il Partito democratico, abbia compreso molto tardi il fenomeno-Grillo.

Che non abbia visto per tempo montare l’onda del “partito del no”, e che quando scorse il pericolo si illuse di dribblarlo contando su un suo – chissà perché – inevitabile sgonfiamento, speculare alla sua – del Pd – ascesa. E anche nella fase cruciale della campagna elettorale, il Pd ritenne che in fin dei conti il M5S avrebbe fatto più male a Berlusconi, secondo una teoria, quella dei “vasi comunicanti”, secondo la quale Grillo avrebbe succhiato lo stesso tipo di elettorato al PdL, teoria non infondatissima ma alla fine illusoria.